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Cronache di un infermiere 1.0

A Napoli non c’è lavoro, in Italia non c’è lavoro a dire il vero! Siamo in crisi, il mondo é un posto osceno pieno di mostri al punto che Silent Hill é un parco giochi, quindi non hai diritto di lamentarti che dopo 12h di turno non stop sei stacco e distrutto. Non puoi dire ciò che è vero: che un solo infermiere per un rapporto di 1:15 é troppo poco perché fai peccato, con tutti questi disoccupati! Non puoi dire che appena hai indossato la divisa bianca, linda e pinta é  diventata matida di sudore per fatica e caldo dopo poco meno di un ora, che in 12 ore non hai avuto il tempo nemmeno di un andare in bagno… perché sputeresti nel piatto dove mangi! Ti devi tenere stretto il posto di lavoro in questi tempi travagliati quindi sopporti i campanelli che suonano tutti insieme nello stesso maledetto momento per cambi e lamentele varie! Cerchi di tenere duro e mantenerti lucido e sereno fino  alla fine quando dentro di te vuoi urlare! Ti scoppia la testa e ad amplificare il tutto c’è la signora della 06 che grida nonostante tu sia uscita da quella stanza tutte le volte che lei ha lanciato il falso allarme, dice che sta morendo: i parametri sono stabili e non ci sono altre criticità, pensi che anche tu stai morendo, si, stai morendo dentro!Ma stringi i pugni consoli, conforti e asciughi lacrime! Bisbigli ripetendo un mantra:” io amo il mio lavoro!Io amo il mio lavoro” e nel frattempo speri che qualcosa ti venga a salvare: un ambo secco, la risposta ad concorso che hai fatto, un’altra prospettiva di carriera, per questo mi apro tante apportunitá! Ma non si può dire perché in Italia non si lavora, in Italia si muore prendendo un treno  o litigando con uno stronzo per strada quindi ti tieni stretto le tue piccole tragedie sperando che tutto passerà

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cronache di un turno di notte 1

“tin tin”, è il suono ormai familiare del badge sul marca tempo.

Prelevo una bottiglia d’acqua dal distributore e salgo in reparto, convenevoli di rito con il collega smontante e vado ad indossare la divisa: bianca, immacolata ed inamidata; impeccabile. Trucco leggero, capelli ben raccolti ma so benissimo che a fine turno sarò un disastro, make-up distrutto, capelli inguardabili, e nere occhiaie incorniceranno i miei occhi grandi.

Il collega mi fornisce le informazioni del caso sull’andamento del reparto, manco da più di 24 ore ci sono nuove facce e chi già c’era è stabile o sta’ peggio. Lo saluto e comincio il mio giro:  pilloline, goccine, iniezioni e così via; qualcuno fa i capricci, qualcun altro si sente solo, altri già dormono. Per le 21e30 ho già finito. Chiamo il medico di guardia per avvertirlo delle “cose che non vanno,” qualche parametro poco stabile: c’è una signore da controllare ogni ora fino a nuovo ordine.

Finalmente alle 22e30 possiamo mangiare e chiacchierare tutti insieme, ma sempre con occhio vigile ai nostri protetti, vegliare su di loro è una responsabilità e noi non ne veniamo mai meno, nemmeno tra una battuta goliardica e un’altra.

Il caffè delle 23e30 è una routine ormai ben consolidata, ci tiene svegli o almeno noi crediamo così, ½ più tardi il medico ci saluta e si ritira nelle sue stanze, io ne approfitto per riempire qualche scartoffia di rito. Di tanto in tanto giro per il reparto, nelle tasche ho di tutto: le chiavi della medicheria, i guanti, la torcia, il telefono, così messa è impossibile non fare rumore.

Mi avvicino furtiva ai più “fragili”; il signor M si desta e ne approfitta per chiedermi dell’acqua, è stanco e debole e a stento tiene in mano la bottiglia, ed io seduta accanto a lui gli porgo teneramente l’acqua, mi sento la mammina di un bambino un po’ cresciuto, mi ringrazia e mi dice che sono un angelo; ah sapesse che ho un demone disegnato sulla schiena.

“L” invece è irrequieto, non sopporta la mascherina, proprio non ce la fa a tenerla, non so quante volte da quando è iniziato il turno gliel’ho dovuta risistemare sul volto, cerco di spiegargli che importante che la tenga, lui mi fa cenno con la testa per dirmi che ha capito, ma so che quando sarò uscita se la toglierà nuovamente, lo sento invocare la “mamma”; lavoro qui da un anno  ma ho sentito i miei pazienti invocare più spesso la madre che Dio, perché alla fine che sia stata una matrignia o una madre devota la vorremmo tutti al nostro capezzale,  la invocano spesso e disperatamente come una creatura celestiale in grado di sollevare le loro sofferenze.

La signora di prima è stabile, il medico decreta che possiamo lasciarla tranquilla per tutto il resto della notte, lei ci ringrazia, non aspettava altro.

La paziente della stanza 06 non riesce a dormire, ma in terapie ha già farmaci a sufficienza per stroncare un cavallo, non possiamo darle nient’altro per questo turno, così ricorro ad un rimedio infallibile,  un alleato che mi ha aiutato in molte occasioni, oh benedetto potere della mente, e con acqua e zucchero la signora si addormenta dolcemente. In reparto qualcuno ancora si lamenta, è sempre il signor L, mi avvicino per accertarmi che anche questa volta siano solo i  vaneggiamenti di un uomo stanco di lottare e che non ci sia niente di grave…

Solo le 3e20 e finalmente riesco ad entrare nella stanza degl’infermieri, solo per distendere un pochino le gambe, orecchio teso, sempre teso, so benissimo che se chiudessi gli occhi solo per un secondo non riuscirei più a svegliarmi. Apro un libro, i raccondi di Poe…e nella tranquillità del reparto un grido squarcia il silenzio, so bene chi è e che è una generica invocazione di aiuto ma chiudo ugualmente il libro ( per stanotte non si legge più) e vado a dare un occhiata e ne approfitto per vegliare sul sonno di tutti.

Sono le 5 inoltrate ormai, aspetto un altro pochetto, solo un pochino per stendere le gambe stanche e mi vado a dare una sistemata in modo da sembrare quanto meno presentabile, mi guardo allo specchio, ho un aria stanca e il colorito della pelle è spento e in più mi è venuta fame.

Preparo la terapia infusiava tenendo conto bene delle diluizioni, e una volta che la terapia è pronta sul carrello parto per la mia missione, so che non ne uscirò viva per le prossime 2h, ed le mie vene dipendenti chiedono la dose quotidiana di caffeina, a fine giro potrò concedermi questo unico breve e ristoratore piacere, me lo sono meritato; mentre spingo il carrello per arrivare alla prima stanza infondo al reparto già sulla lingua immagino il sapore intenso di un caffè ristretto, l’odore che si sprigiona dalla caffettiera e già questo pensiero mi fa sentire meglio.

Esco indenne dal giro delle terapie e ciò che mi consola che tra poco il mio turno finirà, a casa mi aspetta un bagno rilassante e le lenzuola fresche, ancora una volta prima di finire il mio turno mi aspettano i convenevoli di rito, il passaggio delle consegne e sono fuori. Il motore della mia “seicento” romba a stento, giro la chiave 1…2…3 volte, sbuffo e al quarto tentativo si accende, e via di corsa sull’autostrada nei limiti consentiti, ma fuggo. “Wish you where here” suona piano alla radio, eh si ti vorrei qui, ma tu sei lontano, lontano mille miglia anche se sei a 4 mattonelle da me, pochi km, ma come dice una canzone di un gruppo Ska italiano “neri quei giorni che passano senza di te quasi convinto che infondo sia meglio così allentare la presa per merito di…chi mi consola ed esorta alla rinuncia” .

Senza di te me la cavo meglio, almeno così credo, la verità è che sono caduta anche fin troppo volte ma riuscire a rialzarsi quando qualcuno ti solleva è fin troppo facile, arduo è grattare i muri del pozzo nel quale sei precipitato per cercare di risalire da solo, perché solo e soltanto in questo modo posso definire chi sono.

La verità è che non mi manchi, ma a volte si, e quelle volte spingo forte il piede sull’acceleratore e fuggo via lontano, ho cancellato il tuo numero, non ricevo le tue notifiche su qualche stupido social network al quale siamo entrambi iscritti…

La verità numero due è che potresti essere qui sotto con un cappuccino in una mano ed un cornetto nell’altra ma ho chiuso tutte le porte. Come dice Chinaski “È su questo che sto lavorando: me stesso per me stesso, piano piano, e poi forse potrò aprire la porta a qualcun altro.”

Ma ora non è  il momento di pensare a te, è il momento di pensare a me stessa, infilo la chiave nella serratura, sono a casa, butto la borsa a terra e mi libero dei vestiti, un getto fresco m’investe la faccia, strofino la pelle con un sapone alla vaniglia sperando che basterà a togliermi dalla testa gl’ “odori” spiacevoli del turno di notte, maxi maglia in cotone e short e sono sotto le lenzuola…vi prego non svegliatemi per le prossime 4 ore!

Questo breve racconto è ispirato a ciò che una mia carissima amica infermiera mi racconta, se vi è piacciuto posso farmi raccontare nuovi aneddoti e trasformarli in un breve racconto, fateci sapere se vi è piaciuto o se siete nel campo le vostre esperienze, come sempre

xoxo Lux


Necklace for good Nurse

Una  mia amica infermiera mi ha chiesto un ciondolo speciale per ricordarle che il suo mestiere è una missione, lei lavora in una clinica in campania e si trova spesso a gestire turni massacranti e le capita qualche volta di andare in crisi e perdere la pazienza…

Quando ha visto il ciondolo che le ho realizzato mi ha ringraziato e mi ha detto che ora quando abbasserà la testa stanca e spazientita si ricorderà che il suo è un mestiere fatto con il cuore e le ritornerà il sorriso 🙂 handmade necklace for nurse

E voi non vorreste un ciondolo con un messaggio speciale?!

Ditemi le vostre idee e sarò felice di realizzarle, xoxo Lux