cronache di un turno di notte 1

“tin tin”, è il suono ormai familiare del badge sul marca tempo.

Prelevo una bottiglia d’acqua dal distributore e salgo in reparto, convenevoli di rito con il collega smontante e vado ad indossare la divisa: bianca, immacolata ed inamidata; impeccabile. Trucco leggero, capelli ben raccolti ma so benissimo che a fine turno sarò un disastro, make-up distrutto, capelli inguardabili, e nere occhiaie incorniceranno i miei occhi grandi.

Il collega mi fornisce le informazioni del caso sull’andamento del reparto, manco da più di 24 ore ci sono nuove facce e chi già c’era è stabile o sta’ peggio. Lo saluto e comincio il mio giro:  pilloline, goccine, iniezioni e così via; qualcuno fa i capricci, qualcun altro si sente solo, altri già dormono. Per le 21e30 ho già finito. Chiamo il medico di guardia per avvertirlo delle “cose che non vanno,” qualche parametro poco stabile: c’è una signore da controllare ogni ora fino a nuovo ordine.

Finalmente alle 22e30 possiamo mangiare e chiacchierare tutti insieme, ma sempre con occhio vigile ai nostri protetti, vegliare su di loro è una responsabilità e noi non ne veniamo mai meno, nemmeno tra una battuta goliardica e un’altra.

Il caffè delle 23e30 è una routine ormai ben consolidata, ci tiene svegli o almeno noi crediamo così, ½ più tardi il medico ci saluta e si ritira nelle sue stanze, io ne approfitto per riempire qualche scartoffia di rito. Di tanto in tanto giro per il reparto, nelle tasche ho di tutto: le chiavi della medicheria, i guanti, la torcia, il telefono, così messa è impossibile non fare rumore.

Mi avvicino furtiva ai più “fragili”; il signor M si desta e ne approfitta per chiedermi dell’acqua, è stanco e debole e a stento tiene in mano la bottiglia, ed io seduta accanto a lui gli porgo teneramente l’acqua, mi sento la mammina di un bambino un po’ cresciuto, mi ringrazia e mi dice che sono un angelo; ah sapesse che ho un demone disegnato sulla schiena.

“L” invece è irrequieto, non sopporta la mascherina, proprio non ce la fa a tenerla, non so quante volte da quando è iniziato il turno gliel’ho dovuta risistemare sul volto, cerco di spiegargli che importante che la tenga, lui mi fa cenno con la testa per dirmi che ha capito, ma so che quando sarò uscita se la toglierà nuovamente, lo sento invocare la “mamma”; lavoro qui da un anno  ma ho sentito i miei pazienti invocare più spesso la madre che Dio, perché alla fine che sia stata una matrignia o una madre devota la vorremmo tutti al nostro capezzale,  la invocano spesso e disperatamente come una creatura celestiale in grado di sollevare le loro sofferenze.

La signora di prima è stabile, il medico decreta che possiamo lasciarla tranquilla per tutto il resto della notte, lei ci ringrazia, non aspettava altro.

La paziente della stanza 06 non riesce a dormire, ma in terapie ha già farmaci a sufficienza per stroncare un cavallo, non possiamo darle nient’altro per questo turno, così ricorro ad un rimedio infallibile,  un alleato che mi ha aiutato in molte occasioni, oh benedetto potere della mente, e con acqua e zucchero la signora si addormenta dolcemente. In reparto qualcuno ancora si lamenta, è sempre il signor L, mi avvicino per accertarmi che anche questa volta siano solo i  vaneggiamenti di un uomo stanco di lottare e che non ci sia niente di grave…

Solo le 3e20 e finalmente riesco ad entrare nella stanza degl’infermieri, solo per distendere un pochino le gambe, orecchio teso, sempre teso, so benissimo che se chiudessi gli occhi solo per un secondo non riuscirei più a svegliarmi. Apro un libro, i raccondi di Poe…e nella tranquillità del reparto un grido squarcia il silenzio, so bene chi è e che è una generica invocazione di aiuto ma chiudo ugualmente il libro ( per stanotte non si legge più) e vado a dare un occhiata e ne approfitto per vegliare sul sonno di tutti.

Sono le 5 inoltrate ormai, aspetto un altro pochetto, solo un pochino per stendere le gambe stanche e mi vado a dare una sistemata in modo da sembrare quanto meno presentabile, mi guardo allo specchio, ho un aria stanca e il colorito della pelle è spento e in più mi è venuta fame.

Preparo la terapia infusiava tenendo conto bene delle diluizioni, e una volta che la terapia è pronta sul carrello parto per la mia missione, so che non ne uscirò viva per le prossime 2h, ed le mie vene dipendenti chiedono la dose quotidiana di caffeina, a fine giro potrò concedermi questo unico breve e ristoratore piacere, me lo sono meritato; mentre spingo il carrello per arrivare alla prima stanza infondo al reparto già sulla lingua immagino il sapore intenso di un caffè ristretto, l’odore che si sprigiona dalla caffettiera e già questo pensiero mi fa sentire meglio.

Esco indenne dal giro delle terapie e ciò che mi consola che tra poco il mio turno finirà, a casa mi aspetta un bagno rilassante e le lenzuola fresche, ancora una volta prima di finire il mio turno mi aspettano i convenevoli di rito, il passaggio delle consegne e sono fuori. Il motore della mia “seicento” romba a stento, giro la chiave 1…2…3 volte, sbuffo e al quarto tentativo si accende, e via di corsa sull’autostrada nei limiti consentiti, ma fuggo. “Wish you where here” suona piano alla radio, eh si ti vorrei qui, ma tu sei lontano, lontano mille miglia anche se sei a 4 mattonelle da me, pochi km, ma come dice una canzone di un gruppo Ska italiano “neri quei giorni che passano senza di te quasi convinto che infondo sia meglio così allentare la presa per merito di…chi mi consola ed esorta alla rinuncia” .

Senza di te me la cavo meglio, almeno così credo, la verità è che sono caduta anche fin troppo volte ma riuscire a rialzarsi quando qualcuno ti solleva è fin troppo facile, arduo è grattare i muri del pozzo nel quale sei precipitato per cercare di risalire da solo, perché solo e soltanto in questo modo posso definire chi sono.

La verità è che non mi manchi, ma a volte si, e quelle volte spingo forte il piede sull’acceleratore e fuggo via lontano, ho cancellato il tuo numero, non ricevo le tue notifiche su qualche stupido social network al quale siamo entrambi iscritti…

La verità numero due è che potresti essere qui sotto con un cappuccino in una mano ed un cornetto nell’altra ma ho chiuso tutte le porte. Come dice Chinaski “È su questo che sto lavorando: me stesso per me stesso, piano piano, e poi forse potrò aprire la porta a qualcun altro.”

Ma ora non è  il momento di pensare a te, è il momento di pensare a me stessa, infilo la chiave nella serratura, sono a casa, butto la borsa a terra e mi libero dei vestiti, un getto fresco m’investe la faccia, strofino la pelle con un sapone alla vaniglia sperando che basterà a togliermi dalla testa gl’ “odori” spiacevoli del turno di notte, maxi maglia in cotone e short e sono sotto le lenzuola…vi prego non svegliatemi per le prossime 4 ore!

Questo breve racconto è ispirato a ciò che una mia carissima amica infermiera mi racconta, se vi è piacciuto posso farmi raccontare nuovi aneddoti e trasformarli in un breve racconto, fateci sapere se vi è piaciuto o se siete nel campo le vostre esperienze, come sempre

xoxo Lux

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Informazioni su luxhandmade

Luci ed ombre insinuano perennemente l’animo umano, è con questo concetto che ho costruito tassello dopo tassello la “Lux” il mio piccolo artigianato; luci ed ombre si mescolano plasmando creazioni originali, stravaganti ed eccentriche ma anche eleganti e colorate. Vampiri, scheletri, teschi si susseguono a eleganti e colorate forme di fiori e farfalle. Con le tecniche più varie senza mai limitarmi ad una sola strategia vengon fuori gioielli ispirati ai miti ed ai sogni: unicorni, sirene, vampiri dei più ben noti romanzi e telefilm, eroi ed eroine dei fumetti. Dal wire wrap all’altered art la Lux senza posa cerca nuovi stili che ne rispecchino lo spirito anticonformista Vedi tutti gli articoli di luxhandmade

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