la pelle che abito

Adoro la musica e cerco sempre di trovare la giusta musicalità anche nelle parole, è un ossessione, forse per questo mi piace leggere e di conseguenza scrivere, quando le frasi diventano difficili da leggere o non suonano bene spesso riscrivo tutto…devono essere armoniose.  Spesso mi interrogo sul suono che una parola avrebbe in un altra lingua ed il più delle volte suona meglio, a mio avviso, in inglese ma questa volta fa eccezione per “la pelle che abito” che evoca alla mia mente concetti e un immagini che invece non fa “the skin i live in”.  Durante il corso dei miei anni mi sono sempre interrogata sul significato del corpo come contenitore della propria anima…si può dire che la nostra anima è rivestita di un corpo? una pelle? Il nostro io interiore corrisponde a quello esteriore?

Non sò se questo sia uno dei temi del film di Pedro Almodovar (uno dei miei registi preferiti) ma sono queste le sensazioni e le riflessioni che ho provato solo leggendo e rileggendo nella mia mente il titolo.  Il film non è stato molto apprezzato nè dalla critica nè dai suoi fan ma personalmente l’ho trovato “stupendo”, Almodovar è uno dei pochi registi che non giudica mai i suoi personaggi, derisi dal fato, torturati e messi costantemente alla prova ma alla fine chi più e chi meno avrà la sua rivalsa, come in questo caso Vera/Vicente oppure come Victor di Carne Tremula. Forse non ho abbastanza chiavi di lettura per interpretare questo film ma avendo esperienza in fatto di cinema “almodoviano” ritengo che sia un capolavoro, se nei suoi film precedenti era (quasi) sempre presente il tema del transessualismo qui si va oltre…attraverso concetti di ibridazioni dei due sessi…

  Se nei film precedenti avevamo protagonisti che erano alle prese con i loro drammi più che umani qui c’è in gioco molto di più, qualcosa che oltrepassa i limiti dell’umana comprensione ma che vengono toccati dal regista con un tocco così leggero che lo stesso spettatore non sa fino alla fine di chi prendere le parti; ma veniamo alla trama del film:

Siamo nel 2012, nella splendida residenza di El Cigarral vivono apparentemente un eminente chirurgo plastico Robert Ledgard (Antonio Banderas) e la sua fidata e devota  ‘governante’ (Marisa Paredes). In una stanza sotto chiave e spiata 24h a giorno vive invece una giovane e affascinante donna, vestita in una tuta aderente che le fa da seconda pelle, il suo nome è Vera (Elena Anaya) risultato di ettenti esperimenti trans-genitici operato dal dottore stesso che ha reso la pelle della ragazza perfetta a prova di puntura d’insetto e insensibile al dolore, ma un’aspetto inquieta più di tutto la somiglianza incredibile alla sua ex moglie morta carbonizzata in un incidente, ma allora chi è la giovane donna che vive reclursa in una stanza della villa a praticare quotidianamente yoga?! Con un salto temporale il regista ci mostra la vita di Ledgard anni prima quando la sua vita fu doppiamente stravolta a causa della perdita della giovane moglie e la prematura scomparsa della figlia caduta nel baratro della follia dopo aver subito uno stupro.  Da quel momento in poi per Robert si chiude in se stesso e nel laboratorio di villa El Cigarral dove conduce esperimenti in cui si celano non solo la vendetta, verso lo stupratore di sua figlia, ma che con il tempo si trasforma in un effimera illusione di abbracciare la sua amata scomparsa.

Una piccola curiosità il film è basato sul romanzo di Thierry Jonquet dal titolo “La Tarantola”

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Luci ed ombre insinuano perennemente l’animo umano, è con questo concetto che ho costruito tassello dopo tassello la “Lux” il mio piccolo artigianato; luci ed ombre si mescolano plasmando creazioni originali, stravaganti ed eccentriche ma anche eleganti e colorate. Vampiri, scheletri, teschi si susseguono a eleganti e colorate forme di fiori e farfalle. Con le tecniche più varie senza mai limitarmi ad una sola strategia vengon fuori gioielli ispirati ai miti ed ai sogni: unicorni, sirene, vampiri dei più ben noti romanzi e telefilm, eroi ed eroine dei fumetti. Dal wire wrap all’altered art la Lux senza posa cerca nuovi stili che ne rispecchino lo spirito anticonformista Vedi tutti gli articoli di luxhandmade

One response to “la pelle che abito

  • Barbara

    Condivido in pieno quello che dici sulla musicalità delle parole, anche io spesso mi ritrovo a pensarci, ed è vero, spesso l’equivalente inglese di molte parole italiane è molto più musicale. Per me l’inglese è sempre stata la lingua dei testi delle canzoni, rende molto meglio.
    Ho visto questo film e mi ha lasciata un po’ perplessa…non so proprio dire se mi piace o no, ci sono scene geniali e altre che eliminerei quindi mi ha lasciata con un bel dubbio. Però devo dire che la trama comunque mi è piaciuta e la ho trovata piuttosto interessante.

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